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Aria di Molise

Fotografie di Guerino Trivisonno e Pino Quattrone

Pino

Se ogni mostra fotografica è un evento in cui si vuole esaltare la bellezza del reale e del vero, questa occasione soddisfa pienamente, per la qualità del reso fotografico.

Il ripetibile evento negli scatti proposti è il cielo, il quale diventa l’insostituibile necessario per fotografare il territorio.

Il carattere estetico armonioso delle foto assume addirittura un tono musicale, quasi un inno alle terre plioceniche del Basso Molise.

I filari, le barriere alberate, le strade obbligano al ricorrente senso del limite, volto al riconoscimento identitario e al superamento di isolamento geografico.

Mentre gli alberi isolati nei campi, giganti che materializzano l’energia solare, diventano metafora di solitudini esistenziali.

Rino

Prevale subito un elevato istinto creativo, ricadente sul preesistente oggetto naturalistico, senza diventare mai alternativo e profondamente rispettoso, con adeguamenti ottici per ottimizzare originali geometrie decodificanti.

Elegante anche la fotografia di composizione (luna) e con i giochi di luminosità (gregge), anche se avviene nel ristretto campo del bianco e nero.

Un tesoro di belle foto originali, esotiche e assai cromatiche, i cui colori rendono efficace e vivo ogni soggetto (balle di paglia) e tutto l’aspetto mammellonare del territorio, e poi passa dalle metaforiche coppie di alberi, alla estrema emotività del gregge al rifugio e del pastore in deciso cammino per dare un futuro politico al suo gregge.

LA NOSTRA TERRA di Nicola Picchione

Il merito di questa mostra non sta solo nella notevole bellezza formale delle immagini ma nella capacità di esprimere il carattere della nostra terra. Non sono fotografie improvvisate ma meditate, frutto di conoscenza non solo tecnica ma sopratutto di una indagine fotografica sul territorio, sulla bellezza e sulla sua personalità.

La fotografia in particolare di paesaggio spesso si porta addosso il peccato originale: imitare la pittura e fare belle foto anche se essa è altro dalla pittura. Rimane la voglia di fotografia pittoricistica, estetica (spesso pseudoestetica) dove la bellezza rimane sterile come la maschera della favola: bella ma senza cervello. In questa mostra da considerare importante non è appagato solo l’occhio ma, per dirla con Cartier Bresson, esso è allineato con la mente e col cuore. Gli autori conoscono bene il loro territorio, lo amano e vogliono esprimerlo con le loro immagini, farlo amare e apprezzare anche da chi ha sguardi distratti.

Il paesaggio non è solo quello che vedono i turisti; è un territorio nel quale vive la gente, che ha una storia di convivenza tra uomo e natura così come la casa non è solo riparo. Per renderlo fotograficamente, è stato detto, bisogna che il territorio entri in noi e noi in lui: vederlo e mostrarlo con occhi nuovi. Solo allora riusciamo a esprimerlo con le immagini e la bellezza delle foto ha un senso.

La Convenzione sul Paesaggio del Consiglio d’Europa distingue vari tipi di paesaggio da eccezionali a degradati ma tutti hanno la loro personalità e la loro vita. Particolare attenzione è data al paesaggio rurale come patrimonio culturale, luogo dove convergono cielo e terra e uomini e divinità (Heidegger). Questo deve saper rendere la fotografia ed è ciò che si vede in questa mostra. In molte immagini non compare l’uomo ma appare la sua opera, la cura della terra. Sono paesaggi metaforici, come li chiama Tetge: la foto suggerisce di andare oltre l’immagine, penetrarla e interpretarla, intravvedere ciò che non appare ma è suggerito. Alcune tuttavia mostrano direttamente l’uomo e gli animali e ci ricordano gli antichi lavori che il delirio di modernismo non può distruggere. Queste immagini riescono ad esprimere il nomos del territorio, la sua personalità perchè i loro due autori non hanno improvvisato come fanno i turisti.

La nostra terra non ha bellezze sfolgoranti ma discrete, come è discreta la nostra gente; ha una bellezza che ti entra dentro poco a poco ma poi non ti lascia più. Ha il privilegio di aver resistito sinora a una urbanizzazione eccessiva che porta alla disumanizzazione, di aver conservato un rapporto intimo con la natura anche se in alcune zone traspare la tentazione del consumismo del territorio, un aspetto evitato dagli autori poichè il loro è un omaggio a questa terra e alla sua vocazione agricola non più vista come segno di arretratezza, con una crescente rivalutazione del rapporto uomo-natura. Sono foto dal carattere intimistico, reso molto bene dalla scelta del momento dello scatto, dalla composizione, dal degradare dei piani dell’immagine e dalla luce morbida e chiara quasi trasparente che non colpisce ma sembra posarsi dolcemente sulla terra che mette in evidenza le caratteristiche del nostro paesaggio. Molte immagini sono in bianco e nero lasciando all’osservatore la libertà di immaginare i colori; quelle a colori le integrano ed esprimono bene i toni della nostra terra. Alcune, molto belle e mai banali, ricordano il lembo di mare sul quale essa si affaccia.

Anche quello che potrebbe apparire un difetto – l’elevato numero di foto – si rivela un merito: una testimonianza a largo raggio che consiglierei di guardare prima con un colpo d’occhio generale soffermandosi dopo con attenzione sulle varie immagini. La visione può essere a più strati; dal semplice godimento che non  richiede particolari codici all’approfondimento di lettura.

Pino e Rino ognuno con la propria personalità e gusto hanno realizzato un notevole lavoro fotografico e a loro va il riconoscimento di tutti quelli che amano questa terra bella e ospitale.

Una corale fotografica preziosa che si spera non finisca con questa mostra ma vada portata in altre sedi e spinga altri a scoprire il potenziale fotografico che cela un territorio troppo spesso trascurato.

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