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Il costume tradizionale di Ururi

Da quando avevo vent’anni ho cominciato ad interessarmi alla storia e agli antichi costumi popolari del mio paese “Ururi” e per tanto tempo ho sperato di trovare il costume tradizionale.

Ho cercato e ricercato nelle antiche soffitte del paese, ma non riuscivo a trovare nulla.

La ricerca man mano diventava sempre più difficile, ma la bramosità di trovare ciò che stavo cercando, non mi fece arrendere subito.

Così cercai in varie biblioteche antiquarie, ma anche lì l’assidua ricerca non portò a nulla di concreto.

Louis de Rosa, storico Ururese, disse che il costume tradizionale delle genti albanesi di Ururi è difficile da definire, in quanto qui ci sono state delle continue immigrazioni, che portarono a vari cambiamenti.

Secondo il mio pensiero, il costume tradizionale veniva indossato al momento della morte, ed è per questa ragione che è scomparso nel corso dei secoli.

Le ricerche proseguirono a lungo, ma i risultati furono sempre negativi.

Mi misi a frugare negli archivi privati e statali, sperando di trovare un disegno, uno schizzo o un’incisione che servisse a ricostruire interamente il costume dei miei antenati, per poterlo poi lasciare ai posteri ed al mio paese.

Un giorno mi recai all’archivio statale di Campobasso, dove trovai un manoscritto dei primi anni del XIX secolo: l’“Intendenza Murattiana”, quest’ultima descrive il costume del circondario di Larino, ma purtroppo non era niente di attendibile per quello che stavo cercando.

Sconfortato dalle ricerche che non portavano a nulla di reale, mi ritrovai nel buio più totale e decisi di arrendermi.

Ma dentro di me sentivo quel forte desiderio di trovare ciò che mi ero prefissato.

E fu così che un giorno durante le mie ricerche sugli arbëreshë, negli anni ’80, il buio che mi attorniava venne lacerato da uno spiraglio di luce dovuto all’incontro con una signora di Ururi, Teresa Ialenti, (meglio conosciuta con il nome di Enerina), la quale viveva nell’antico quartiere di Sen Xhuaniel (San Giovanello, oggi diventata Via Lunga).

Questa signora mi donò una foto dei primi anni del ‘900, che la raffigurava da bambina affianco alla madre.

Entusiasta della scoperta, cominciai a mettere su carta le mie nuove idee e fu proprio questa foto che mi diede spunto a dipingere l’acquerello “La Donna di Ururi”.

Purtroppo però dovetti lasciare tutto in sospeso per vari problemi di salute che non mi permisero di continuare il mio sogno. Ma non appena riuscii a rimettermi in forze, ripresi il lavoro da dove lo avevo lasciato: conclusi l’opera “La Donna di Ururi” e realizzai altri dipinti.

Tutto ciò mi ha portato a voler creare un’esposizione, in primis per far conoscere a tutti i loro antenati, sicuramente a far conoscere la mia arte e la mia passione, ovvero quella di dipingere.

Qui riporto la descrizione fatta da alcune anziane del paese riguardo i costumi delle donne arbëreshe: abito nero a pieghe, lungo fino ai piedi.

La giacca corta con bottoni, aveva maniche lunghe in inverno e corte d’estate; in vita portavano la cinta con una fibbia; il grembiule, più chiaro del vestito, finiva solitamente a punta con ricamo sul fondo, ampia tasca centrale o due laterali, anch’esse ricamate o con delle applicazioni a zig-zag. La camicia era in mussola bianca (tessuto leggero e morbido) aveva il collo alto d’inverno e scollato d’estate. Chi poteva permetterselo indossava una lunga catenina d’oro; chi era più povera indossava monili in metallo dorato. Le scarpe erano pesanti e fatte a mano dal calzolaio del paese e dovevano durare una vita. Non esisteva il consumismo.

COSTUME DI URURI

* La gonna era lunga ed arrivava fin sopra i piedi. Solitamente era di colore verde sgargiante, colore diffusissimo a Ururi (ma poteva variare, quindi troveremo il verde bandiera o verde bottiglia ) ed era di cotone non leggero, ma consistente.

La gonna variava secondo le stagioni, pertanto erano in uso anche altri colori come il bianco, il grigio, il marrone (colore della tonaca del monaco) e il nero usato solo per il lutto o la vecchiaia (durante le domande alle donne anziane chiesi di altri colori come il rosso, ma loro sconcertate mi risposero che il colore più usato era il “Verde sgargiante ”).

La gonna era formata da pieghe oppure era arricciata, abbottonata sul retro con dei gancetti nascosti da una lingua di tessuto arrotondata o a punta a sua volta fermata da un bottone. Sui due fianchi destro e sinistro della cinta partiva un‘altra cinta larga un centimetro, fatta della stessa stoffa della gonna, che si annodava dietro con un fiocco lungo, fermando la gonna. Ai lati della gonna c’erano due ampi tagli dove vi erano le tasche.

La gonna non presentava alcun tipo di decorazione, come fasce di altri colori o ricami, ma volte aveva due balze.

* Le donne all’epoca non indossavano biancheria intima ma si coprivano con un camicione in cotone o lino ricamato che arrivava fino alle ginocchia.

* La sottogonna era fatta di tela cruda ed era cucita a campana senza ricci. Era legata al fianco sinistro con una fettuccia doppia, con un fiocco o con dei bottoni.

* La camicia era leggermente svasata ed era formata da pieghe sottili. Internamente a inizio spalla aveva un midollino che serviva a creare uno sbuffo, che scendeva fino al gomito, rendendo la manica gonfia e arricciata. Dal gomito in giù la manica si stringeva fino ad arrivare al polsino chiuso da due o tre bottoni.

La stoffa era in tela d’olanda o in cotone sottile, sempre di colore bianco. La camicia, d’inverno era accollata e abbottonata con piccolissimi bottoni sul d’avanti, in estate era scollata con o senza laccio sul d’avanti.

* Il corpetto, sempre di colore bianco era formato in tela, sfoderato internamente, con scollatura quadrata, senza maniche e arrivava fin sotto il seno.

Era aperto sul d’avanti, presentava degli occhialini nei quali passava un cordoncino che serviva a legarlo, fermato infine da un fiocco. Il corpetto raramente presentava lavorazioni intorno alla scollatura.

* Il grembiule era solitamente in tessuto bianco di cotone con due grandi tasche ai lati. Intorno aveva una lavorazione zig – zag fatta di fettuccia.

Il grembiule terminava a punta, ma vi erano anche quei grembiuli che finivano dritti o a due balze.

* La donna di Ururi portava un fazzoletto bianco in testa legato tipo mugnaia, cioè veniva piegato a triangolo e si legava dietro la nuca con un nodo (questo per le popolane); mentre le donne più agiate usavano un gran fazzoletto bianco al lembo di pizzo che le copriva tutta la testa, lasciando solo il volto scoperto (esattamente come la donna di Chieuti nella incisione di D’Aloja o di Bartolomeo Pinelli).

* Le calze erano di cotone fatte a mano, solitamente bianche o a fasce sottili color azzurro e color corallo (conservo delle campionature).

* Le scarpe erano doppie di colore scuro.

* I gioielli: le collane erano delle lunghe catene d’oro con pendente; gli orecchini erano dei pendenti ovali in oro smaltato, di gusto borbonico, con al centro una R o una S (che stavano ad indicare Ricordo o Souvenir); gli anelli avevano la corniola (una pietra rosso – arancio, colore dovuto alla presenza del ferro) o altre pietre, che di solito si tramandava da madre in figlia.

* Il costume maschile era molto semplice, formato da una camicia larga di cotone bianco, aperta sul d’avanti a maniche lunghe; i pantaloni di tessuto grossolano, a volte molto usurati, venivano legati con dei lacci in vita; sempre in vita avevano una fascia o una sciarpa dove mettevano le armi; un gilet di cotone pesante o di pelle di capra ne completava l’abbigliamento; la testa era coperta da un piccolo fazzoletto bianco legato dietro la nuca; le scarpe, come quelle delle donne, erano pesanti e fatte a mano.

Giacomo Zarrelli

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